Prometeo incatenato
Anche questa tragedia faceva parte di una trilogia questa colta incentrata sul titano Prometeo. Il suo sviluppo narrativo iniziava con la punizione del titano che aveva rubato a Zeus il fuoco per donarlo agli uomini, unica delle tre tragedie rimastaci; si continuava poi con il Prometeo liberato e terminava con il Prometeo portatore di fuoco in cui Zeus concedeva il perdono e si riconciliava con il titano.
Peculiarità di questa trilogia è la collocazione temporale posta alle origini stesse della civiltà, quando gli uomini ancora non conoscono nemmeno l’uso del fuoco e anzi lo ricevono in dono dallo stesso Prometeo il quale incorre nelle ire di Zeus che invece avrebbe preferito fare tabula rasa di quanto fatto falla vecchia gestione e ricominciare tutto daccapo.
Sappiamo che la seconda tragedia si apriva nuovamente con Prometeo incatenato alla roccia e l’aquila di Zeus che continuava a banchettare con le sue viscere, che il coro era costituito dai titani liberati, e che il momento cruciale era costituito dall’arrivo di Eracle che con una freccia ucciderà l’aquila e quindi avrebbe liberato il titano.
Nel Portatore di fuoco Zeus e Prometeo si riconciliano. Lo Zeus qui raffigurato non è però quello pienamente delineato del mondo ellenico, ma il giovane che ha appena rovesciato il padre Crono, lo Zeus nemico del genere umano e che è ben diverso da quello che viene invece trovato per esempio nelle Supplici.
- PERSONAGGI:
- Potere
- Forza
- Efesto
- Prometeo
- CORO di Ninfe Oceanine
- Io
- Ermete
- Una giogaia d'aspre cime inaccessibili della Scizia.
- PROLOGO
- Si avanzano Potere e Forza, tenendo stretto Prometeo. Li segue Efesto. Sostano dinanzi ad una scabra erta rupe
- Potere:
- Agli estremi confini eccoci giunti
- già della terra, in un deserto impervio
- tramite de la Scizia. Ed ora, Efesto,
- compier tu devi gli ordini che il padre
- a te commise: a queste rupi eccelse
- entro catene adamantine stringere
- quest'empio, in ceppi che non mai si frangano:
- ch'esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco
- padre d'ogni arte, t'involò, lo diede
- ai mortali. Ai Celesti ora la pena
- paghi di questa frodolenza, e apprenda
- a rispettar la signoria di Giove,
- a desister dal troppo amor degli uomini.
- Efesto:
- Forza, Potere, gli ordini di Giove
- già compiuti per voi furono; e nulla
- piú vi trattiene. Ma legare a forza
- su questo abisso procelloso un Nume
- ch'è del mio sangue, non mi regge il cuore.
- E forza è pure che mi regga. Gli ordini
- trasandare del padre, è dura prova.
- Oh di Temide giusta audace figlio,
- malgrado tuo, malgrado mio, con bronzei
- ceppi, che niuno a scioglier valga, a queste
- cime deserte io ti configgerò,
- dove né voce udrai, né forma d'uomo
- vedrai: del sole arso a la fiamma rutila,
- tramuterai de la tua cute il fiore:
- a tuo sollievo asconderà la notte
- con lo stellato suo manto la luce,
- ed ecco il sole dissipa di nuovo
- la mattutina brina. E col suo peso
- il mal presente ognor ti crucierà:
- ché non ancor chi ti soccorra è nato.
- Dell'amor pei mortali è questo il frutto.
- Poiché senza temer l'ira dei Numi,
- Nume tu stesso, indebiti favori
- agli umani largisti. Ora, in compenso,
- vegliar dovrai questa dogliosa rupe,
- senza mai sonno, in pie', senza mai flettere
- le tue ginocchia, e cento ululi e gemiti
- invano leverai: ché il cuor di Giove
- nessuna prece lo commuove; ed aspro
- è ciascun che di fresco ebbe il potere.
- Potere:
- Ehi, nel compianto indugi? È vano! Il Nume
- infestissimo ai Numi non aborri
- che il privilegio tuo concesse agli uomini?
- Efesto:
- Parentela, amicizia, han gran potere!
- Potere:
- Certo. Ma trasgredir del padre gli ordini
- si può? Non hai maggior tema di questo?
- Efesto:
- Spietato sempre e tracotante sei!
- Potere:
- Che medela è il compianto? Or vana pena
- non ti dare per ciò che nulla giova!
- Efesto:
- Oh magisterio mio troppo odioso!
- Potere:
- Tu l'odi? E perché mai?... Di queste pene
- in verità, nessuna colpa ha l'arte.
- Efesto:
- Pur, quest'arte l'avesse altri in retaggio!
- Potere:
- Gravoso è tutto, tranne aver dei Superi
- l'impero; e niuno, tranne Giove, è libero.
- Efesto:
- Ne ho qui le prove. E nulla ho da ribattere.
- Potere:
- Spàcciati, dunque, avvolgilo di ceppi,
- ché nell'indugio non ti scorga il padre.
- Efesto:
- Scorger gli anelli puoi nelle mie mani.
- Potere:
- Con vigore con forza ai polsi strettolo,
- picchia il martello, ed alla rupe inchiodalo.
- Efesto:
- Compiuta è l'opra, e non caduta in fallo.
- Potere:
- Batti di piú, non allentare, stringi:
- anche d'impervie strade il passo ei trova.
- Efesto:
- Questo braccio è saldato, e niun lo scioglie.
- Potere:
- Saldo configgi l'altro, ora: ed apprenda
- quanto egli a Giove di scaltrezza cede.
- Efesto:
- Niuno, tranne costui, potria riprendermi.
- Potere:
- Da parte a parte, in sen, di ferreo cuneo
- la fiera punta forte ora conficcagli.
- Efesto:
- Ahimè! Dei mali tuoi gemo, Prometeo!
- Potere:
- Indugi ancora? Sui nemici piangi
- di Giove? Oh!, che su te non debba piangere!
- Efesto:
- Guarda, orrendo a mirare uno spettacolo!
- Potere:
- Veggo costui patir ciò ch'egli merita.
- Gittagli intorno ai fianchi ora i legami.
- Efesto:
- Lo debbo far. Ma tu non dar troppi ordini!
- Potere:
- Ordinerò, t'incalzerò per giunta:
- scendi giú, forte ora le gambe accerchiagli.
- Efesto:
- Fatto è ancor questo. E fu travaglio breve.
- Potere:
- Dei ceppi i chiodi saldo ora ribatti:
- severo è quegli che la pena infligge.
- Efesto:
- Simile al viso tuo suona la voce.
- Potere:
- Sii pur tenero, tu. Ma la protervia,
- l'ira, l'asprezza mia, non rampognarmi.
- Efesto:
- Andiam: ché tutto di catene è cinto.
- Potere:
- Si volge a Prometeo
- Superbisci ora qui. Trafuga ai Numi
- i loro doni, ed offrili agli efimeri.
- Alleviare in che ti posson gli uomini
- or dalle pene? I Dèmoni, Prometeo
- ti chiamarono a torto: hai bisogno
- d'un preveggente a uscir da questo intrico.
- Efesto, Potere e Forza si allontanano
- Prometeo:
- O divo ètere, o snelle ali dei venti,
- fonti dei fiumi, e dei marini flutti
- infinito sorriso, e te, che madre
- sei d'ogni cosa, o Terra, invoco, e te,
- che tutto miri, orbe del Sol! Vedete
- ciò ch'io, Celeste, dai Celesti soffro!
- Or vedete da quali travagli
- laniato, per mille e mille anni
- patirò. Tali turpi catene
- a mio danno rinvenne il novello
- Signor dei Celesti.
- Ahimè, ahi!, dell'affanno presente,
- del venturo io mi lagno. Deh!, quando
- sarà l'ora che il termine segni
- di questi tormenti?
- Ma via, che dico? A parte a parte tutto
- ciò che sarà, prevedo; e non può giungermi
- niun cordoglio imprevisto. Adesso il fato,
- meglio ch'io possa, sopportar conviene:
- che del destino abbattere la possa
- nessuno vale. E pur, della mia sorte
- né favellare né tacere io posso.
- Ché per un dono che ai mortali io porsi,
- sotto il giogo sono io di tal destino:
- la furtiva predai fonte del fuoco
- nascosta entro la fèrula, che agli uomini
- maestra fu d'ogni arte, ed util sommo.
- Di tal misfatto pago il fio, nei lacci,
- a cielo aperto, turpemente avvinto.
- Si ode una soave musica lontana
- Ahimè, ahimè!
- Che voce, che ineffabile fragranza
- alia verso me,
- di Nume, d'uomo, o d'ambedue commista?
- Giunge alcuno a veder le mie torture?
- O per qual brama? Ahi!, di catene avvinto
- questo misero Nume vedete,
- il nemico di Giove, che in odio
- venne a quanti Celesti s'addensano
- nella reggia di Zeus, perché gli uomini
- troppo amavo. Ah!, quale odo d'augelli
- novo strepito? L'ètere sibila
- sotto i battiti fitti dell'ali.
- M'è terror tutto ciò che s'appressa!
- CANTO D'INGRESSO
- Su le piú alte vette giunge e si posa un cocchio alato entro cui sono dodici bellissime fanciulle: le Oceanine
- CORO:
- Strofe prima
- Non temer: questa schiera è a te benevola,
- che con gara di penne
- agile a te qui venne.
- Qui m'addusser del vento i soffi rapidi,
- poi che del padre a stento ebbi il consenso.
- Come echeggiò dei ferrei colpi l'eco
- nel fondo del mio speco,
- ogni pudico senso
- discacciato da me,
- scalzo lanciai su alato cocchio il pie'.
- Prometeo:
- Ahimè, ahimè!
- O pregenie di Teti feconda,
- o figliuole del padre Oceàno
- che di sé cinge tutta la terra
- con le insonni fluenti, guardate
- e vedete, in che lacci costretto,
- questa dura vigilia m'è forza
- sostenere sui culmini eccelsi
- di questo dirupo.
- CORO:
- Antistrofe prima
- Prometèo, veggo. Ed una fosca nuvola
- di lagrimose stille
- mi preme le pupille
- te contemplando in lacci indissolubili
- su questa roccia, a misero tormento.
- Ma novello signor l'Olimpo regge;
- ma con novella legge
- or Giove a suo talento
- lo scettro impugna, e tutto
- che prima ebbe potere or vuol distrutto.
- Prometeo:
- Oh!, se sotto la terra, se dal fondo
- dell'Averno che accoglie i defunti,
- se m'avesse, di lacci insolubili
- tutto avvinto, con furia selvaggia
- giú scagliato nel Tartaro illimite,
- sí che niuno dei Numi o degli uomini
- di mie pene gioir non potesse!
- Ora invece, ludibrio dell'aria,
- debbo, ahi tristo!, coi miei patimenti
- dar gioia ai nemici.
- CORO:
- Strofe seconda
- Qual Nume è sí crudel, che di tue pene
- possa il cuore allegrar? Chi non partecipa,
- tranne Giove, i tuoi strazi?
- Giove solo implacabile, con furia
- perenne, oppressa tiene
- la stirpe degli Urani:
- né starà, che il suo cuor prima non sazi,
- o alcun non valga l'arduo
- poter con qualche frode strappar dalle sue mani.
- Prometeo:
- Pur, bisogno di me, ben che stretto
- ne l'obbrobrio di dure catene,
- il Signore dei Superi avrà,
- per conoscer la trama novella
- che poter deve togliergli e scettro.
- Né potrà con melliflua lusinga
- di scongiuri molcirmi; né tema
- di minacce saprà sgomentarmi,
- che il segreto gli sveli, se innanzi
- non mi sciolga dai lacci selvaggi,
- non s'induca a pagare la pena
- di questa ignominia.
- CORO:
- Antistrofe seconda
- Ben ardito sei tu: ché non ti prostra
- il tuo supplizio amaro; e troppo libera
- la tua lingua disciogli.
- Ma noi temiam per la tua sorte; e penetra
- terror l'anima nostra.
- Dove sarà che approdi
- il termine a veder dei tuoi cordogli?
- Ché cuore inesorabile
- il figliuolo di Giove serba ed impervi modi.
- Prometeo:
- Bene so ch'egli è acerbo, ed in pugno
- tien giustizia. Ma pure, mi credo,
- diverrà l'umor suo ben piú mite,
- quando queste sventure lo fiacchino;
- e appianata la furia implacabile,
- dovrà chiedermi un giorno amicizia
- e concordia; né io m'opporrò.
- PRIMO EPISODIO
- CORO:
- Svelaci, tutta esponici l'istoria:
- in quale fallo te cogliendo, Giove
- di cosí dure obbrobriose pene
- ti oltraggia: dove non ti noccia, narralo.
- Prometeo:
- M'è pur doglia narrar simili eventi,
- doglia tacerli: una miseria è tutto!
- Come prima scoppiò l'odio tra i Numi,
- e in due parti li scisse una contesa,
- questi, volendo abbattere dal soglio
- Crono, perché regnasse appunto Giove,
- gli altri, tutto al contrario, adoperandosi
- perché mai Giove non avesse il regno,
- io mi pensai convincere pel meglio
- i figliuoli del Cielo e della Terra,
- i Titani; e non seppi. Essi, superbi
- della lor forza, le sottili astuzie
- disprezzarono; e senza stento, a forza,
- conquistare il dominio immaginarono.
- A me, però, non una sola volta,
- mia madre Temi, e Gea che nomi ha vari
- ed una forma sola, avean predetto
- l'evento già delle future sorti:
- che vinto avrebbe chi vincer doveva,
- non con la gagliardia, non con la forza,
- ma con l'astuzia. E tutto questo udirono
- dalle parole mie, né lo degnarono
- d'alcun riguardo. In tale eventi, il meglio
- mi parve allor trarre con me mia madre,
- e spontaneo prestar soccorso a Giove
- che lo bramava. E pei consigli miei,
- il negro abisso del profondo Tartaro,
- Crono l'antico e i suoi compagni asconde.
- Ebbe da me tal beneficio; ed ora
- con queste pene turpi il re dei Numi
- me ne compensa: è mal della tirannide
- questo di non prestar fede agli amici.
- Or poi rispondo alla dimanda vostra,
- per qual ragione egli cosí m'offenda.
- Seduto appena sul paterno soglio,
- subito Giove a compartir si diede
- doni ai Celesti, a compartire uffici,
- a chi questo, a chi quello. E dei mortali
- non fe' parola alcuna: anzi distruggere
- tutta quanta volea la stirpe loro,
- ed una nuova seminame. E niuno,
- se togli me, si oppose al suo disegno.
- Io n'ebbi ardire. E gli uomini salvai
- dal piombare nell'Ade, allo sterminio.
- Per questo in tali pene io son fiaccato,
- dure a soffrire, misere a vedere.
- Perché pietà degli uomini sentii,
- indegno io stesso parvi di pietà;
- e in questi lacci dolorosi stretto,
- offro tal vista miseranda a Giove.
- CORO:
- Ha cuor di ferro, o Prometèo, tagliato
- è nella roccia, chi pietà non sente
- dei mali tuoi! Veduti, oh!, non li avessi:
- or che li ho visti, tutto il cuor mi duole.
- Prometeo:
- Sí, per gli amici è gran pietà vedermi.
- CORO:
- Non sei forse trascorso ad altro eccesso?
- Prometeo:
- Dal fissare il destin distolsi gli uomini.
- CORO:
- Quale farmaco a tal morbo trovasti?
- Prometeo:
- Nei lor petti albergai cieche speranze.
- CORO:
- Gran beneficio fu questo per gli uomini.
- Prometeo:
- Ed oltre a questo, il fuoco a lor donai.
- CORO:
- Il fuoco, occhio di fiamma, ora posseggono?
- Prometeo:
- E molte arti dal fuoco apprenderanno.
- CORO:
- E Giove, dunque, per queste ragioni...
- Prometeo:
- Cosí m'offende, e il furor suo non placa.
- CORO:
- Né della pena è a te prefisso il termine?
- Prometeo:
- Quando a lui piaccia: il sol termine è questo.
- CORO:
- Potrà piacergli mai? Come lo speri?
- In fallo sei, non vedi? Oh!, non m'allegra
- ricordare il tuo fallo, onde ti crucci.
- Ma tralasciam questi discorsi. Indaga
- che spediente i mali tuoi disciolga.
- Prometeo:
- A chi tien fuori dai cordogli il piede,
- dare consigli a chi patisce è facile.
- Tutte io sapevo queste pene. Io stesso
- volli peccare, non lo negherò:
- io stesso volli: gli uomini soccorsi,
- ed a me stesso procaccai tormenti.
- Ma non credeva a strazio tal, che in vetta
- d'aeree rocce io macerar dovessi
- su questa balza inospite deserta.
- Ma non piangete il mio presente male:
- scendete al suolo, e le sciagure udite
- che incombono su me, sí che sappiate
- compiutamente il tutto. Esauditemi,
- compatite al dolente, esauditemi,
- ché la sciagura, ciecamente errando,
- ora su questo piomba, ora su quello.
- CORO:
- Non a gente incresciosa
- la tua parola, Prometèo, si volge.
- Sí che ora dal cocchio veloce
- e da l'ètere limpido, tramite
- degli augelli, con l'agile piede
- scenderò su la terra: ché bramo
- per intero ascoltar le tue pene.
- Il cocchio delle Oceanine sparisce. Su un cavallo marino alato giunge Oceano
- Oceano:
- Giungo a te, Prometèo: questo augello
- dalle penne veloci, diressi
- col voler, senza freni. Ben lunga
- fu la via che m'addusse a la mèta.
- Sappi ch'io di tua sorte doloro:
- mi vi astringe la stirpe comune,
- io mi penso: ma, oltre alla stirpe,
- niun v'è la cui doglia
- io partecipi piú che la tua.
- Tu saprai che sincero è il mio labbro,
- che dir vane parole e lusinghe
- mio costume non è. Dimmi dunque
- in che cosa giovare io ti posso;
- e dovrai convenir che nessuno
- piú d'Oceano t'è fido amico.
- Prometeo:
- Ahimè, che avviene? A contemplar mie doglie
- ancor tu giungi? E come ardisti mai,
- lasciando il flutto che da te si noma,
- e le volte di roccia, onde Natura
- i tuoi spechi inarcò, sopra la terra
- madre del ferro, il pie' muovere? Giungi
- a veder le mie pene, a pianger meco?
- Ecco ciò che veder tu puoi: l'amico
- di Giove, quei che seco estrussi il regno,
- sotto che strazi, sua mercè, mi fiacco.
- Oceano:
- Prometèo, ben lo veggo; e consigliarti
- vo' pel tuo meglio, benché tu sei scaltro.
- Rientra in te: nuovi costumi adotta,
- ché il Signore dei Numi anch'egli è nuovo.
- Se parole cosí scabre e taglienti
- tu scaglierai, t'udirà certo Giove,
- se ben tanto alto siede, e allora, un gioco
- ti parrà da fanciullo, il mal presente.
- Su' via, tapino, bandisci la furia
- che t'empie il seno, e alle tue pene cerca
- qualche riscatto. A te forse parranno
- triti vecchiumi le parole mie;
- ma della lingua tua troppo superba
- è questa, Prometèo, la triste mancia.
- Ma tu non sai farti umile, non sai
- cedere ai mali; ed altri procacciartene,
- oltre ai presenti, vuoi. Se un mio consiglio
- ti piace udir, non calcitrare al pungolo:
- vedi che aspro, che assoluto è Giove.
- Adesso io vado, e tenterò la prova
- se ti posso scampar da queste pene.
- Tu rimani tranquillo, e audace troppo
- il tuo labbro non sia. Sempre il castigo
- s'appiglia a troppo temeraria lingua:
- sei tanto sapiente e questo ignori?
- Prometeo:
- Felice te, che la mia doglia ardisci
- partecipare, e fuor di colpa resti!
- Ma lasciami or, di me cura non darti.
- Modo non v'è che tu possa convincermi.
- Bada a te stesso, fa' che il tuo viaggio
- non ti debba fruttar qualche cordoglio.
- Oceano:
- Molto piú vali a dar consiglio a quanti
- ti son vicini, che a te stesso. I fatti,
- non le parole, me ne dànno prova.
- Accinto io sono già: né trattenermi
- ti piaccia: io mi lusingo, io mi lusingo
- che Giove il dono di mandarti libero
- da queste pene a me voglia concedere.
- Prometeo:
- Io ti son grato, e sempre ti sarò,
- che del tuo buon voler nulla risparmi.
- Ma pur, non affannarti: affanno vano
- il tuo sarebbe, e senza utile mio.
- Sta tranquillo, e da me tien lunge il piede.
- Non perché sono io misero, vorrei
- che sciagura incogliesse ad altri molti.
- No, che mi rode anch'essa il cuor, la sorte
- d'Atlante fratel mio, che ritto sta
- nelle contrade d'Espero, e con gli òmeri
- la colonna del cielo e de la terra
- sostiene, immane pondo. E il cuor mi pianse,
- quando il figlio di Gea, l'abitatore
- degli spechi Cilici, orribil mostro
- che spira furia da cento cerèbri,
- mirai domato da la forza. Ei stette
- a faccia a faccia contro i Numi tutti,
- sibilando terror da le mascelle
- spaventevoli; e vampo mostruoso
- folgoreggiavan gli occhi, e a viva forza
- prostrar credea di Giove la tirannide.
- Ma di Giove su lui l'insonne dardo,
- il folgore piombò, che dal ciel cade
- spirando fiamma; e dai superbi vanti
- giú l'abbatté. Colpito entro nei visceri,
- ei fu converso in cenere, e disfatto
- il poter suo fra l'ululo dei tuoni.
- Ed or, salma disutile, rovescio
- giace nei pressi del marino stretto,
- e le radici d'Etna su lui gravano.
- E sta sopra le cime ultime Efesto,
- e batte il ferro incandescente; e quindi
- fiumi di fuoco eromperanno un giorno,
- con selvagge mascelle, e struggeranno
- le piane valli e gli opulenti frutti
- de la Sicilia, coi roventi strali
- d'un implacabil turbine di fiamma.
- Tanto furor, se bene dalla folgore
- converso in bragia, ebollirà Tifone.
- Ma tu ciò non ignori, e non hai d'uopo
- ch'io t'ammaestri. Or, come tu sai, sàlvati:
- io la sciagura mia sopporterò,
- sin che di Giove non declini l'ira.
- Oceano:
- O Prometèo, non sai che le parole
- son medicina all'animo che soffre.
- Prometeo:
- Quando in buon punto un cuor molci, non quando
- reprimi a forza un animo che scoppia!
- Oceano:
- Nel prevedere, nel tentar, tu scopri
- che ci sia qualche danno? E quale? Mostralo!
- Prometeo:
- Superflua pena e vana dabbenaggine.
- Oceano:
- Lasciami pur tal morbo. È gran vantaggio
- sembrar privi di senno, ed esser saggi.
- Prometeo:
- Sembrerà mio retaggio un tal difetto!
- Oceano:
- Chiaro è! Le tue parole mi congedano.
- Prometeo:
- La tua pietà potrebbe inviso renderti.
- Oceano:
- A chi sul trono sommo or ora ascese?
- Prometeo:
- Bada che il cuor di lui mai non si crucci!
- Oceano:
- La sorte tua, m'è, Prometèo, maestra!
- Prometeo:
- Va', torna, serba questi tuoi propositi.
- Oceano:
- Parli a chi sta già sulle mosse. I tramiti
- schiusi dell'aria questo augel quadrupede
- rade con l'ali già. Nei suoi presepi
- il ginocchio piegar lo farà lieto.
- Oceano parte
- PRIMO CANTO INTORNO ALL'ARA
- Dalle due parodoi entrano nell'orchestra le Oceanine, e, aggruppate intorno all'altare di Diòniso, danzano con lente evoluzioni, e cantano
- CORO:
- Strofe prima
- Per te gemo, Prometeo,
- pel tuo destino acerbo.
- Da la palpebra molle
- versando un rivo di stillanti lagrime,
- le mie gote bagnai d'umide polle.
- Ché il suo poter superbo
- con l'arbitrio di sí miseri scempi
- ostenta Giove ai Numi che l'imperio
- ebbero ai prischi tempi.
- Antistrofe prima
- Tutta la terra un ululo
- alza per te di duolo.
- La tua magnificenza
- piangon quanti han dimora ai lidi d'Espero,
- e il prisco onor di te, di tua semenza.
- E quante il sacro suolo
- abitano de l'Asia umane genti,
- delle torture tue senton, Prometeo,
- pietà, dei tuoi lamenti.
- Strofe seconda
- E della terra Còlchide
- le abitatrici vergini
- non mai sazie di guerra;
- e d'intorno al Meòtide
- stagno le turbe scitiche,
- ai confin' della terra;
- Antistrofe seconda
- e il prode fior d'Arabia,
- la cui città sul Caucaso
- surge, su vette estreme,
- formidoloso esercito,
- che, recinto da cuspidi
- di lance aguzze, freme.
- Strofe terza
- Un altro Nume solo
- stretto ne l'adamante
- d'obbrobriosi vincoli
- pria d'ora io vidi: Atlante
- Titano. A lui su gli òmeri
- tutta la terra preme
- ed il sidereo polo:
- egli, sotto quel peso orrido, geme.
- Antistrofe terza
- E del pelago l'onde
- gridano insiem con lui:
- gemiti manda il bàratro,
- ed i recessi bui
- dell'Ade sotterraneo
- rombano: le sorgenti,
- le linfe pure e monde
- dei fiumi, piangon miseri lamenti.
- Compiute le evoluzioni, le Oceanine ai volgono verso Prometeo
- SECONDO EPISODIO
- Prometeo:
- Non per disdegno o per superbia io taccio,
- non lo crediate; ma l'obbrobrio inflittomi
- veggo, e di conscia doglia il cuor mi struggo.
- Pure, i lor pregi a questi nuovi Numi,
- chi compartiva, se non io? Niun altri!
- Ma di questo non parlo: a voi direi
- cose ben note. Ma i cordogli udite
- che patiano i mortali, e come io seppi
- da stolti ch'eran pria, saggi e signori
- della lor mente renderli. E dirò
- non per muovere agli uomini alcun biasimo;
- ma la benignità mostrare io voglio
- dei doni miei. Ché prima, essi, vedendo
- non vedevano, udendo non udivano;
- e simili alle vane ombre dei sogni,
- quanto era lunga la lor vita, a caso
- confondevano tutto. E non sapevano
- né case solatie, né laterizi,
- né lavorare il legno. E a guisa d'agili
- formiche, in fondo a spechi dimoravano,
- sotterra, senza sole. E segno alcuno
- che distinguesse il verno non avevano,
- né la fiorita primavera, né
- la pomifera estate: ogni loro opera
- senza discernimento era, sin che
- sperti li resi a consultar le stelle,
- e il sorger loro ed i tramonti arcani.
- E poi rinvenni, a lor vantaggio, il numero,
- somma fra le scienze, e le compagini
- di lettere, ove la Memoria serbasi,
- che madre operatrice è de le Muse.
- Sotto i gioghi primo io le fiere avvinsi,
- obbedienti ai basti e ai soggóli,
- perché ministre a l'uomo succedessero
- nei piú duri travagli; e sotto i cocchi
- spinsi i cavalli docili a la briglia,
- fulgidi fregi al fasto. E niuno i cocchi
- dei marinai prima di me rinvenne,
- ch'errano in mare, ch'ali hanno di lino.
- Corifea:
- Dura è la pena tua. Dal primo senno
- erri smarrito, e, come un tristo medico
- preso dal morbo, ti scoraggi, e farmachi
- trovar non sai che a te salute rendano.
- Prometeo:
- Piú stupirai quando avrò detto il resto:
- quali arti escogitai, quali scienze.
- E questa è la piú grande. Ove taluno
- cadea nel morbo, niun rimedio v'era,
- non pozione, non cibo od unguento;
- ma consunti perian, privi dei farmachi,
- sin ch'io delle medele ebbi mostrate
- le salutari mescolanze, onde hanno
- contro ogni mal riparo. E ai modi molti
- dei vaticini ordine posi. E prima
- nei sogni sceverai quello che debba
- nella veglia avverarsi, e chiari feci
- i prognostici oscuri ed i presagi
- che s'incontran per via. Minutamente
- distinsi il volo dei rapaci augelli;
- e quali infausti, e quali son propizi,
- e la vita d'ognun d'essi e il costume,
- e quali amori e quali odi intercedano
- o convegni fra loro. E de le viscere,
- qual nitidezza aver debbano, e quale
- color la bile, perché piaccia ai Dèmoni,
- e le forme e i color' vari del fegato.
- E le membra di pingue adipe avvolte,
- ed il femore lungo, e al fuoco postele,
- guidai verso un'arcana arte i mortali;
- e chiari i segni della fiamma resi,
- che ciechi erano prima. E di ciò basti.
- E quante utili cose in grembo al suolo
- giacean nascoste all'uomo, il rame, il ferro,
- l'argento, l'oro, chi potrebbe dire
- che le rinvenne pria di me? Nessuno,
- sappilo, quando millantar non voglia.
- Ma tutto apprendi in un sol motto breve:
- tutte die' Prometèo l'arti ai mortali.
- Corifea:
- Per giovare ai mortali oltre misura,
- non trascurar la tua disgrazia; ed io
- spero che, sciolto un dí da questi lacci,
- non minore potenza avrai di Giove.
- Prometeo:
- Fato non è che tutto ciò si compia.
- Ben io da mille triboli, da mille
- pene prostrato, ai lacci sfuggirò.
- Piú debole del Fato è troppo l'arte.
- Corifea:
- E del Fato chi mai regge la sbarra?
- Prometeo:
- Le fiere Parche e le vindici Erinni.
- Corifea:
- Men di queste possente è dunque Giove?
- Prometeo:
- Al destino sfuggire ei non potrebbe.
- Corifea:
- E qual destino è il suo, se non regnare?
- Prometeo:
- Saper non lo potrai: non lusingarmi.
- Corifea:
- Terribil ciò che ascondi essere deve!
- Prometeo:
- Cercate altri argomenti. Inopportuno
- è di questo parlar: convien segreto
- quanto si può tenerlo. E col segreto
- io sfuggirò le pene e i lacci turpi.
- SECONDO CORO INTORNO ALL'ARA
- CORO:
- Strofe prima
- Deh!, Giove che dominio
- ha su tutte le genti,
- mai non s'opponga alle speranze mie:
- deh!, ch'io mai non sia tarda a offrire ai Superi
- di bovi epule pie,
- presso del padre Oceano
- all'eterne fluenti:
- mai non mi sfuggano empie
- parole: ognor nel seno
- pietà mi regni, e mai non venga meno.
- Antistrofe prima
- Dolce cullare l'animo
- di letizie serene:
- dolce nutrir, sin che la vita dura,
- ardue speranze. Ma se te, Prometeo,
- d'infinita sciagura
- io veggo oppresso, un brivido
- corre per le mie vene.
- Ma tu, fiero, non trepidi
- del Signor dei Celesti,
- ed ai mortali troppo onore presti.
- Strofe seconda
- Ecco quali mercedi
- sono or compenso, amico, alle tue grazie.
- Dove or trovi negli uomini
- alcun sostegno, alcun soccorso? Vedi
- la fiacca inettitudine,
- simile ai sogni vani,
- che, in ceppi, degli umani
- stringe le cieche torme?
- Non mai voler d'efimeri
- potrà di Giove violar le norme.
- Antistrofe seconda
- E questo, Prometèo,
- appresi nel veder tua sorte misera.
- Oh!, ben diversi suonano
- questo mio canto d'ora, e l'imeneo
- che dal mio labbro al talamo
- tuo si levò d'attorno
- e ai tuoi lavacri, il giorno
- che sposa alla tua casa
- la mia sorella Esíone
- venne: ché i doni tuoi l'ebber suasa.
- TERZO EPISODIO
- Una fanciulla di viso bellissimo, ma deturpato da due corna di giovenca, si lancia tra le rupi con folli balzi, e si ferma davanti a Prometeo
- Io:
- Dove son? fra che genti? Costui
- che legato ai dirupi vegg'io,
- esposto ai rigori del cielo,
- chi sarà? Questa pena ferale
- per quale misfatto patisce?
- Or tu dimmi in che parte del suolo,
- o me misera!, errando son giunta.
- È assalita da piú fiero delirio
- Ahimè! Ahimè!
- Misera me! L'assillo ancor mi punge!
- Lo spettro io veggo, ahimè!, d'Argo terrigeno,
- del pastor dai mille occhi! O Giove, salvami!
- Egli s'avanza! M'affascina l'occhio
- cui neppur morto la terra nasconde.
- Ma come un cane. surgendo dagli inferi,
- me sciagurata sospinge, e digiuna
- lungo le sabbie del pelago incalza.
- Strofe
- Strepe il vocale cerato calamo
- una melode che sonno infonde.
- Ahimè, ahimè! Misera me!
- Dove m'adduce questo lungivago
- errore? Dimmi, figlio di Crono,
- di quale colpa rea mi trovasti,
- che, al giogo astretta di questi crucci,
- ahimè, ahi!
- me sciagurata, priva di senno,
- con lo sgomento strazi dell'estro?
- Col fuoco bruciami, fa ch'io di terra
- sia ricoperta, del mare ai mostri
- dammi in pastura, sordo non essere,
- questi miei voti, signore, adempi.
- Troppo provata m'hanno i lungivaghi
- errori, e come sfugga mie pene
- non m'è concesso saper!
- Si volge, un po' calmata, a Prometeo
- La voce della cornigera fanciulla ascolti?
- Prometeo:
- Io non udire la figliuola d'Inaco
- punta dall'estro? Ella d'amore avvampa
- il cuor di Giove: e adesso, in odio ad Era,
- per infinito corso a forza è spinta.
- Io:
- Antistrofe
- Com'è che il nome sai di mio padre?
- Dimmelo, a questa meschina dillo.
- Chi, sventurato, sei tu, che a questa
- misera parli sí vere cose,
- ed il celeste morbo hai nomato
- che me tapina strugge, e m'incalza,
- ahi, ahi! coi pungoli della demenza?
- Ahimè, ahi!
- Movendo, a sconci balzi, famelica,
- spinta dal rabido furore d'Era,
- impetuosa giunsi. Fra i miseri
- chi v'è che soffra quello ch'io soffro?
- Deh!, chiaro insegnami, tu, adesso, mostrami
- che cosa debbo patire ancora.
- E dimmi inoltre, se lo conosci,
- se v'è del male rimedio o farmaco.
- Schiudi le labbra: favella a questa
- vergine, a errore misero spinta.
- Prometeo:
- Ben chiaro ciò che brami io ti dirò,
- senza enimmi intrecciar, semplicemente,
- come ad amici si convien. Tu scorgi
- quei che ai mortali il fuoco die': Prometeo.
- Io:
- Tu che apparisti, misero Prometeo,
- a beneficio dei mortali tutti,
- per quale causa queste pene soffri?
- Prometeo:
- Dal narrare i miei crucci or ora smisi.
- Io:
- Tal grazia non vorrai dunque concedermi?
- Prometeo:
- Chiedi ciò che tu vuoi: tutto saprai.
- Io:
- Dimmi chi ti confisse in questo bàratro.
- Prometeo:
- La man d'Efesto ed il voler di Giove.
- Io:
- E di quali peccati il fio tu sconti?
- Prometeo:
- Ti basti solo quello ch'io t'ho detto.
- Io:
- Dell'error mio dimmi, oltre a questo, il termine.
- Prometeo:
- Meglio ignorar ti vale, che saperlo!
- Io:
- Non mi celar ciò che patire io debbo.
- Prometeo:
- Ricusare tal dono io non saprei.
- Io:
- Che non vuoi senza indugio il tutto dirmi?
- Prometeo:
- Voglio. Ma temo che il cuor ti si spezzi.
- Io:
- Non crucciarti per me piú ch'io nol brami.
- Prometeo:
- Se tu lo puoi, parlar conviene. Ascolta.
- Corifea:
- Non ancor. Fa' che in parte anch'io mi goda.
- Prima il suo morbo a lei chiediamo, ed ella
- gli sciagurati eventi suoi ci narri:
- dei suoi travagli il resto oda da te.
- Prometeo:
- Questa grazia negare, Io, non potresti,
- massime a suore di tuo padre. E lagrime
- versar, levar per la tua sorte gemiti,
- qui, dove alcuno, udendo il tuo racconto,
- verserà pianto, non è vana pena.
- Io:
- Come opporvi rifiuto io non saprei;
- e con chiara parola a voi dirò
- tutto quanto da me saper bramate,
- anche s'io piangerò, solo a narrare
- la divina procella, e d'onde avvenne
- che la mia prisca forma andò distrutta.
- Nelle mie stanze verginali, entravano
- visioni ogni notte, e m'esortavano
- con soavi parole: «O beatissima
- fanciulla, e perché mai tu resti nubile
- sí lungo tempo, e aver potresti il gaudio
- d'eccelse nozze? Ché di te, pel dardo
- della brama, arde Giove, e coglier teco
- vuole il piacer d'amore. E tu, fanciulla,
- non calcitrare al talamo di Giove:
- anzi esci al pingue pascolo di Lerna,
- alle greggi del padre ed ai presepi,
- ché requie abbia da te l'occhio divino».
- A tali sogni in preda ero ogni notte,
- misera me, sin che narrare al padre
- osai questi notturni incubi. Ed egli
- molti indovini a Pito ed a Dodona
- inviò, per saper che cosa ei debba
- o dire o far per compiacere i Numi.
- Tornavan quelli, e riferiano oracoli
- confusi, ambigui, oscuramente espressi.
- Chiaro un responso giunse infine ad Inaco:
- che senz'ambage gl'imponeva l'ordine
- che dalla casa via, via dalla patria
- mi discacciasse, per gli estremi limiti
- della terra, a vagar come una libera
- vittima, se non vuol che ardente il folgore
- piombi di Giove, e la sua stirpe stermini.
- Da questi indotto oracoli di Febo,
- via dalla casa mi scacciò, mi escluse,
- malgrado suo, malgrado mio. Ma il freno
- di Giove a ciò lo costringeva a forza.
- E la mia forma e la mia mente súbito
- si sconvolsero, e quale or mi vedete,
- irta di corna il capo, e dall'acuto
- pungiglio spinta d'un assillo, ai rivi
- dolci di Cernèa giunsi, alla fontana
- di Lerna, in folli balzi io mi lanciai.
- E tutto pien di zelo Argo seguiami,
- terrigeno bifolco, e vigilava
- coi suoi cent'occhi, dietro ogni mio passo.
- Vita gli tolse un improvviso fato:
- ed io, punta dall'estro, e dalla sferza
- divina, errando vo' di terra in terra.
- Ciò che m'avvenne, udisti. Or, se lo sai,
- il mal che debbo ancor soffrire insegnami,
- né per pietà molcirmi di menzogne:
- non v'ha morbo peggior che il parlar finto.
- Corifea:
- Ahimè, taci, ahimè, taci!
- Mai non credevo che queste orecchie
- udir dovessero sí strani casi,
- né che terrori, brutture, spasimi
- tanto a vederli fieri e a soffrirli,
- con l'affilata
- punta dovessero l'alma aggelarmi.
- Ahi, destino, destino!
- Se d'Io contemplo
- la triste sorte, m'investe un brivido!
- Prometeo:
- È prematuro il tuo terrore e il pianto.
- Sin che non abbia udito il resto, frenati.
- Corifea:
- Dimmelo, parla: ch'è sollievo agli egri
- il venturo dolor sapere innanzi.
- Prometeo:
- Agevolmente, mercè mia, fu paga
- la vostra brama: i suoi travagli
- dalle sue labbra udiste. Adesso il resto
- udite: che tormenti ancor, per l'odio
- d'Era, deve patir questa fanciulla.
- E i miei detti, nel cuor tu imprimi, o d'Inaco
- figlia, e saprai del tuo cammino il termine.
- Pria di qui verso l'Oriente volgiti,
- a solchi inseminati; e fra gli Sciti
- nomadi giungerai, ch'entro capanne
- di giunchi, alti dal suolo, in carri vivono,
- di pronte ruote, ed archi hanno a difesa,
- che saettan lontani. A queste genti
- non appressarti, ma coi pie' rasenta
- le rupestri del mar sonore spiagge,
- e la terra attraversa. A manca, i Càlibi
- foggiatori del ferro hanno dimora;
- ma guardati da lor: selvaggi sono,
- né può straniero avvicinarli. Al fiume
- Ibristo quindi giungerai, che degno
- è del suo nome: e tu non traversarlo
- - né traversarlo è facile - se prima
- su la vetta non sei giunta del Caucaso,
- dell'eccelso fra i monti: indi quel fiume
- soffia la furia, dalle tempie alpestri.
- Quindi, poi ch'abbia superati i vertici
- finitimi a le stelle, a mezzogiomo
- il tuo cammino volgi; e delle Amazzoni
- giungerai fra lo stuol, che l'uomo aborrono,
- che Temiscíra abiteranno un giorno,
- del Termodonte su le ripe, ov'è
- Salmidesso, mascella aspra del ponto,
- matrigna delle navi, ai nauti infesta.
- Guida al cammino ti saranno queste.
- E allo stretto Cimmerio, e su le anguste
- porte della palude arriverai.
- Ma tu devi lasciarlo, e pel Meòtico
- solco, salda in tuo cuore, aprirti il varco.
- E gran fama sarà sempre fra gli uomini
- del tuo tragitto; e quello stretto, Bosforo
- avrà nome da te. Ora, lasciato
- il pian d'Europa, al continente d'Asia
- eccoti giunta. Or non vi par che il re
- dei Numi, in tutto ugual soperchiatore
- si dimostri? Egli, Dio, questa mortale
- possedere bramava, e l'avventò
- a tali errori. Un ben amaro, o vergine,
- pretendente alle tue nozze trovasti!
- Ché quante hai tu sin qui parole udite,
- non sono ancora, immagina, il preludio.
- Io:
- Ahimè, ahimè! ahi, ahi!
- Prometeo:
- Or tu gridi, tu gemi. E che farai,
- quando udrai che sciagure ancor t'attendono?
- Corifea:
- Altri cordogli ancor devi tu dirle?
- Prometeo:
- Di guai funesti un tempestoso pelago.
- Io:
- Dunque, a che pro' vivere piú? Ché súbito
- giú da questa erta rupe io non mi gitto,
- e, franta al suolo, a tutti i miei cordogli
- non pongo un fine? Oh!, morire una volta
- meglio mi val che tutti i dí soffrire.
- Prometeo:
- Deh!, quanto poco sopportar sapresti
- gli affanni miei, che aver morte non posso!
- Morte, sarebbe dei travagli il termine:
- niun fine invece è a me dei guai prescritto,
- se di Giove il poter prima non crolla.
- Io:
- Come? Giove crollar può dal suo regno?
- Prometeo:
- Lieta vedendo ciò, credo io, saresti.
- Io:
- Come no, se per Giove il male io soffro?
- Prometeo:
- E sappi dunque che tanto avverrà.
- Io:
- Da chi mai tolto gli sarà lo scettro?
- Prometeo:
- Da lui stesso: dai suoi consigli stolti.
- Io:
- Come? Se danno a te non reca, dimmelo.
- Prometeo:
- Stringerà nozze onde dovrà dolersi.
- Io:
- Mortali, oppur divine? Se puoi, dimmelo.
- Prometeo:
- Che importa questo? E dirlo non è lecito.
- Io:
- Lo sbalzerà dal trono la sua sposa?
- Prometeo:
- Creando un figlio piú forte del padre.
- Io:
- Né modo v'è che a questa sorte sfugga?
- Prometeo:
- Niuno: solo io potrei, se mi sciogliessero.
- Io:
- Chi l'oserà, se Giove a ciò s'oppone?
- Prometeo:
- Un dei tuoi discendenti. È questo il fato.
- Io:
- Che dici? Un figlio mio ti farà libero?
- Prometeo:
- Di terza stripe dopo dieci stirpi.
- Io:
- Non è piú tal responso intelligibile.
- Prometeo:
- Rinunzia dunque a sapere i tuoi mali.
- Io:
- Non mi negare il dono già profferto.
- Prometeo:
- Uno dei due racconti in dono t'offro.
- Corifea:
- E quali? Offrili, e a noi lascia la scelta.
- Prometeo:
- Eccoli, eleggi: o di tue pene il termine
- ti dirò chiaro, o chi me deve sciogliere.
- Corifea:
- Di queste grazie una a costei concedi,
- e l'altra a me, né favellar t'incresca:
- degli error' suoi di' a questa il resto; e a me
- chi ti libererà: ché ciò desidero.
- Prometeo:
- Poi che voi lo bramate, io rifiutarmi
- non saprei di narrar ciò che chiedete:
- a te dapprima narrerò, fanciulla,
- i lunghi errori ed i travagli; e scrivilo
- del pensiero tuo nei solchi mèmori.
- Poscia che il gorgo, ai continenti limite,
- attraversato avrai, verso le plaghe
- tutte fiamma, che il sole all'alba preme,
- corri, e traversa il sonito del mare,
- sin che tu non pervenga al pian di Cístene
- gorgonio, ove dimora hanno le Forcidi,
- le tre fanciulle annose. Elle figura
- han di cigno, e un solo occhio in tre posseggono,
- e un dente sol. Né coi suoi raggi il sole
- le guarda mai, né la notturna luna.
- Le Gorgoni son qui presso; le tre
- loro alate sorelle, a cui dal capo
- guizzano serpi: aborrono esse gli uomini;
- né può mortale alcuno serbare alito
- di vita, ove le scorga: il loro asilo
- di schivar t'ammonisco. Altro spettacolo
- orrido ascolta ancor. Dai grifi guàrdati,
- muti cani di Giove adunchi rostri,
- e dall'equestre stuol degli Arimaspi,
- che hanno solo un occhio, ed abitano i pressi
- del Plutone, che volge oro nei flutti.
- Non accostarti ad essi. E giungerai
- ad una estrema landa, a un popol negro
- che del sol presso le sorgenti vive,
- dov'è l'Etiope fiume. Or tu trascínati
- lungo le rive, sin che tu sia giunta
- ad una frana, dove il Nilo gitta
- giú dai monti Biblini, l'onda sacra
- soave a bere. Ed esso t'addurrà
- al tricuspide suol niliaco, dove
- è per te fato e per i figli tuoi,
- la remota colonia, Io, stabilire.
- Se men facile o balba per te suona
- di ciò ch'io dissi alcuna parte, addoppia
- pur la dimanda, e chiaro apprendi il tutto:
- tempo n'ho molto piú ch'io non desideri.
- Corifea:
- Se rimane alcun punto, o l'obliasti,
- che dei penosi errori a costei dica,
- parla. Se tutto hai detto, a noi concedi
- la grazia che chiediam: tu la rammenti.
- Prometeo:
- Tutto ella udito ha del viaggio il fine.
- Ma perché veda che non fu l'udirmi
- inutil briga, io le dirò che pene
- sofferse pria che qui giungesse. E questo
- sarà suggello ai detti miei. Ma lascio
- degli error tuoi la somma, e giungo al termine.
- Poi che giungesti dei Molossi ai piani
- e al dorso eccelso di Dodona, dove
- son del tesprozio Giove e seggio e oracolo,
- dove, portento favoloso, surgono
- le favellanti querce, onde ben chiaro
- e non per via d'enimmi a te fu detto
- che consorte saresti eccelsa a Giove -
- non hai lusinga in tai ricordi alcuna? -
- di lí, punta dall'estro, ti lanciasti
- lungo la spiaggia, al gran seno di Rea:
- donde piú lunge, in procellosa corsa
- fosti qui spinta. E nei futuri giorni
- sappilo certo, quel marino abisso
- Ionio detto sarà fra tutti gli uomini,
- a ricordare il tuo viaggio. Segno
- questo sarà per te della mia mente,
- ch'essa oltre a ciò ch'è manifesto scorge.
- A questa e insieme a voi dico ora il resto,
- tornando all'orme dei miei prischi detti.
- Di quella terra all'ultimo confine,
- alla foce del Nilo, ov'esso addensa
- le sabbie, sorge la città di Cànobo.
- Quivi col tocco e la carezza sola
- della sua man, Giove ti rende il senno.
- Ed a luce il negro Èpafo darai,
- che nome avrà dal gioviale tocco.
- E signore sarà di quanta terra
- l'ampie fluenti irrigano del Nilo.
- La quinta stirpe dopo lui, progenie
- di ben cinquanta femmine, di nuovo
- ad Argo tornerà, non di suo grado,
- ma per fuggir le consanguinee nozze
- dei lor cugini. Ardenti il sen d'amore,
- come sparvieri che colombe incalzino,
- d'empie nozze a far preda essi verranno.
- Ma un Nume a lor contenderà che godano
- le dolci membra. E la Pelasgia terra
- li accoglierà spenti da man donnesca,
- da femminea notturna audace strage:
- ché ogni donna il suo sposo ucciderà,
- il doppio taglio della spada a lui
- immergendo nel sangue. Oh!, tali nozze
- tocchino ai miei nemici! - Una fanciulla
- amore molcirà, ch'ella risparmi
- del suo letto il compagno. E il suo disegno
- non compierà; ma sceglierà, fra due,
- pria che omicida, esser chiamata imbelle.
- Ad Argo essa darà regia una stirpe.
- E lungo ora sarebbe esporre il tutto:
- pur, da questa semenza nascerà
- ben audace un rampollo, illustre arciero,
- che me dai miei tormenti affrancherà.
- Tale oracolo a me l'antica madre
- die', la titania Temi. Il dove, il come
- questo avverrà, lungo sarebbe a dirlo,
- e niun vantaggio a te sarebbe apprenderlo.
- Io:
- Ahimè, ahimè!
- Tutta ancora m'invade uno spasimo,
- le frenetiche smanie mi bruciano,
- mi trafora de l'estro la cuspide
- che non ebbe dal fuoco la tempera.
- Per terrore nel petto il cuor calcitra,
- le pupille stravolte mi ruotano,
- fuor mi spinge dal tramite il soffio
- della rabbia demente, né domino
- piú la mente. Ed a caso s'abbattono
- procellose parole sui flutti
- di orribili lutti.
- Io, colta da un nuovo accesso di delirio, fugge a gran balzi
- TERZO CANTO INTORNO ALL'ARA
- CORO:
- Strofe
- Saggio saggio fu quei che tale massima
- primo fermò nell'anima
- e con parole espresse,
- che matrimonio eleggere
- al suo stato conforme ognun dovesse.
- Sposar non cerchi il povero,
- né chi d'orgoglio ha l'anima
- piena per il molto oro,
- né chi vanta d'illustri avi il decoro.
- Antistrofe
- Non mai, non mai debba io di Giove il talamo
- partecipare, o Moire,
- ministre della Sorte,
- né a veruno dei Superi
- avvicinarmi, che mi sia consorte.
- Ché, disfatta per l'odio
- d'Era veggendo, in miseri
- penosi errori, d'Io
- l'aspra verginità, trema il cuor mio.
- Epodo
- Solo nozze tra simili
- scevre son di terrore,
- né le temo io. Ma l'occhio irresistibile
- dei piú possenti Numi
- non si fissi su me pieno d'ardore.
- Guerra non sostenibile
- questa sarebbe, e origine
- di mali senza uscita.
- Qual sarebbe mia vita
- ignoro: ignoro dove
- alla brama sfuggir potrei di Giove.
- ULTIMO EPISODIO
- Prometeo:
- Sí, sebben tracotante, un giorno Giove
- tapino esser dovrà: tai nozze affretta,
- che dal dominio, che dal soglio giú
- l'abbatteranno; e sparirà nel nulla.
- L'imprecazione allor del vecchio Crono
- sarà compiuta interamente, ch'egli
- scagliò, piombando dall'antico trono.
- Di tal rovina niun potria dei Numi
- chiaro mostrargli, se non io, lo scampo.
- Io questo, e il modo so. Pertanto ei segga
- pieno di fede negli aerei bómbiti,
- squassando in pugno il suo dardo di fiamma:
- impedir non potrà che senza onore
- in rovina d'obbrobrio egli giú piombi.
- Tale un campione, a se stesso egli stesso,
- ora apparecchia, insuperabil mostro:
- questi una fiamma troverà che arda
- piú del fulmine, un bómbito possente
- da superare il tuono; ed il tridente,
- il flagello marino, arma a Posídone,
- che sconvolge la terra, infrangerà.
- In questo mal cozzando, apprenderà
- che regnare e servir son varia cosa.
- Corifea:
- Ciò che tu brami or tu predici a Giove.
- Prometeo:
- Ma ciò che bramo esito certo avrà!
- Corifea:
- Che vinto Giove sia dobbiamo attenderci?
- Prometeo:
- E che affanni dei miei piú gravi soffra.
- Corifea:
- E non temi a scagliar tali parole?
- Prometeo:
- Che temerei? Morte a me nega il Fato.
- Corifea:
- Potrebbe un cruccio anche piú duro infliggerti.
- Prometeo:
- Lo faccia dunque. A tutto io son disposto.
- Corifea:
- Saggio è bene colui che Adrastèa venera.
- Prometeo:
- E tu leva preghiete, adora, adula.
- Men che di nulla a me di Giove importa.
- Faccia, comandi in questo scorcio breve
- a suo talento. Poco tempo ancora
- su gli Dei regnerà. Ma veggo giungere
- l'araldo suo, del nuovo re ministro.
- Certo, alcunché di nuovo egli ci annunzia.
- Giunge Ermete
- Ermete:
- A te, gran saggio, a te che acerbo sei
- piú che ogni acerbo, che in oltraggio ai Numi
- i loro onori compartisti agli uomini,
- a te favello, involator del fuoco.
- Ordina il padre che tu dica quali
- nozze son queste ond'ei cadrà dal soglio.
- Né parlar con enigmi: esponi il tutto
- punto per punto; e vedi ch'io non debba
- rifar la strada, Prometèo. Lo sai,
- non molciscono ambagi il cuor di Giove.
- Prometeo:
- Solenne suona, d'alterigia piena,
- la tua parola, e quale ben s'addice
- a ministro di Numi. Al poter nuovi,
- sol da poco regnate: e da cordogli
- credete immuni i vostri sogli. Eppure,
- non ne vidi io piombar già due tiranni?
- Ben presto quei che terzo ora comanda,
- piombar vedrò, ben turpemente. Credi
- ch'io tema, io tremi di novelli Numi?
- Oh!, molto, in tutto, io ne son lungi. E tu
- riaffretta la strada onde sei giunto:
- ché non saprai di quanto chiedi, nulla.
- Ermete:
- Vedi che già con arroganze simili
- facesti approdo a tal porto di pene.
- Prometeo:
- Tramutar non vorrei le mie sciagure
- con la tua servitú, sappilo bene.
- Ermete:
- Meglio a questi macigni essere stretto,
- che al padre Giove esser fedele araldo?
- Prometeo:
- Oltraggiare cosí convien chi oltraggia.
- Ermete:
- Par di tua condizion tu goda.
- Prometeo:
- Godo! Goder cosí possa io vedere
- i miei nemici! E te fra questi annovero.
- Ermete:
- Dei tuoi mali anche a me la colpa assegni.
- Prometeo:
- A dirla in breve, tutti i Numi aborro.
- Da me beneficati, or mi maltrattano.
- Ermete:
- Tu sei folle: e non par lieve follia.
- Prometeo:
- Se odiare i nemici è follia, sí.
- Ermete:
- Fossi in auge, saresti insopportabile.
- Prometeo:
- Ahimè!
- Ermete:
- Ahimè! Questa parola è ignota a Giove.
- Prometeo:
- Ma tutto insegna, maturando, il tempo.
- Ermete:
- Pure, a far senno ancor non hai tu appreso.
- Prometeo:
- Vero è: che a te, che servo sei, favello.
- Ermete:
- Nulla dirai di ciò che il padre brama?
- Prometeo:
- Giusto: dovrei grazia per grazia rendergli!
- Ermete:
- Quasi fossi un fanciullo tu mi beffi!
- Prometeo:
- E fanciullo non sei, stolto non sei
- piú che fanciullo, se da me t'aspetti
- di sapere alcunché? Non v'ha tormento,
- artificio non v'ha, con cui m'induca
- Giove a parlar, se non allenti prima
- questi ceppi d'obbrobrio. Ed ora piombi
- su me la vampa sfavillante, e tutto
- con turbini di bianche ali di neve
- mischi e travolga, e con inferni tuoni:
- nulla di ciò mi piegherà, ch'io sveli
- perché fatale è che dal soglio ei piombi.
- Ermete:
- Vedi or se ciò che dici util ti sembra.
- Prometeo:
- Tutto ho già visto, ponderato ho tutto.
- Ermete:
- Sforzati, o tristo, sforzati una volta
- di fare senno, alle sciagure innanzi.
- Prometeo:
- Invan mi tedi: un sordo flutto esorti.
- Non ti venga l'idea ch'io, pei disegni
- di Zeus sgomento, reso pari a femmina,
- l'aborrito nemico molcir tenti
- con le mani supine, a mo' di donna,
- ch'egli mi sciolga! Oh!, ne son lungi assai!
- Ermete:
- Se piú dicessi, invano io parlerei:
- tu non ti plachi alle preghiere mie,
- tu non t'intenerisci. E il freno mordi,
- come puledro nuovo al giogo, e imprechi
- e repugni alle briglie. E pure, inferma
- è la saggezza onde t'esalti: audacia
- per chi non ha saggezza, è men che nulla
- di per se stessa. Or vedi, se convincerti
- rifiuti ai detti miei, quale procella,
- qual maroso di mali ineluttabili
- piomberà sopra te. Prima, quest'aspra
- rupe, col fuoco e col celeste folgore
- il padre squarcerà, vi asconderà
- le membra tue, ché una petrosa branca
- le stringa. Dopo lungo ordine d'anni,
- di nuovo a luce tornerai. Ma il cane
- di Giove alato, l'aquila cruenta,
- voracemente il corpo a gran brandelli
- da mane a sera ti dilanierà,
- senza invito rependo, del tuo fegato
- a banchettar l'epula negra. E termine
- di tale strazio alcuno non attendere,
- se alcun dei Numi non si mostri e assuma
- le pene tue, che al cieco Ade, e del Tartaro
- nei tenebrosi abissi elegga scendere.
- Dunque risolvi. Ché non è già questa
- vana millanteria, ma vero espresso.
- Ché mentire non sa di Giove il labbro,
- ma ciò ch'ei dice, ei compie. Or tu considera,
- pensa bene; e una volta almen convinciti
- che piú val dell'audacia il buon consiglio.
- Corifea:
- Non impronte parole, a ciò che sembra,
- ti parla Ermete. Egli a scacciar t'esorta
- l'arroganza, e a cercare il buon consiglio.
- Odilo. Ché pel saggio errare è turpe.
- Prometeo:
- I messaggi ch'egli or mi proclama
- noti m'erano già: né le offese
- da nemico a nemico fan macchia.
- Su me dunque dal cielo s'abbatta
- la bisulca cesarie di fuoco,
- l'etra tutto sconquassino i tuoni,
- lo sfacelo di venti selvaggi;
- crolli un alito immane la terra
- da le basi con l'ime radici,
- ed i flutti del mare sparpagli
- con aspro frastuono
- per gli urani sentieri degli astri;
- e giú scagli nel Tartaro negro,
- le mie membra, nel vortice orrendo
- del Fato. Ma invano
- cercherebbe di darmi la morte.
- Ermete:
- I tuoi detti son quali dal labbro
- dei dementi si possono udire.
- In che mai da follia differiscono
- i tuoi voti? In che mai si rallenta
- tua demenza? - Or voi, dunque, fanciulle,
- che al suo duol v'attristate, su', presto,
- questi luoghi fuggite, ché il mugghio
- spaventoso del tuono, non debba
- per l'orrore distruggervi il cuore!
- CORO:
- Altro parla, dammi altro consiglio,
- e potrai suadermi; ma quello
- ch'or mi dài, non è già tollerabile.
- Come vuoi che da trista io m'adoperi?
- Quanto forza è patire, con lui
- patirò: chi tradisce l'amico
- odiar m'è costume: né morbo
- c'è per me piú di questo aborrito.
- Ermete:
- E sia pure. Ma ciò ch'io predíco
- a memoria tenete, né poi,
- da sciagure irretite, vogliate
- dar biasmo alla sorte,
- né lagnarvi che spinte v'ha Giove
- ad un cruccio imprevisto. No certo:
- voi da voi vi ci siete gittate.
- Coscienti, e non già di sorpresa,
- per subdola insidia,
- strettamente nei lacci insolubili
- di sventura sarete impigliate.
- Prometeo:
- Ecco i fatti, e non piú le parole.
- La terra sussulta,
- mugghia l'eco del tuono profonda,
- tutte fiamma le spire lampeggiano
- delle folgori, a vortici va
- roteando la polvere, dànzano,
- l'un con l'altro azzuffandosi i soffi,
- tutti i venti: confusi con l'ètere
- si sconvolgono i flutti del mare.
- Tanta furia scoscende da Giove
- contro me, perché tremi il mio cuore.
- Di mia madre o tu fregio, o tu ètere,
- tu che a tutti comparti la luce,
- l'ingiustizia ch'io soffro mirate!
- In mezzo a fulmini e orribili tuoni la montagna scoscende e seppellisce Prometeo


